I pericoli del mercato globale
di
Ralph Nader
(prefazione
al volume WTO di Lori Wallach e Michelle Sforza, tradotto in italiano
da Feltrinelli)
Approvando
un accordo forte e inclusivo come il Wto, e altri accordi internazionali
sul commercio quali il North American Free Trade Agreement (Nafta),
il Congresso degli Usa, e con esso i parlamenti di altre nazioni,
rinunciano in gran parte alla facoltà di determinare standard di
sanità e sicurezza che proteggano i cittadini, accettando, sul piano
legale, pesanti limitazioni alle proprie strategie. L'approvazione
di questi accordi istituzionalizza una struttura economica e politica
che consegna sempre più i singoli governi nelle mani di un sistema
finanziario e commerciale globale, perpetrato per mezzo di un governo
internazionale autocratico che favorisce gli interessi delle imprese
globali. Questo nuovo sistema di governo garantisce un immenso controllo
sui minuti dettagli della vita di gran parte degli abitanti del
pianeta. Questo nuovo sistema non è finalizzato alla salute e al
benessere economico dei cittadini, ma all'ampliamento del potere
e della ricchezza delle maggiori multinazionali e istituzioni finanziarie
mondiali. All'interno di questo nuovo sistema, molte scelte che
coinvolgono la vita quotidiana delle persone vengono progressivamente
sottratte alle facoltà dei governi locali e nazionali per essere
trasferite a un gruppo di burocrati del commercio non eletti, che
siedono nel chiuso delle stanze di Ginevra. Questi burocrati, per
esempio, hanno oggi il potere di stabilire se la popolazione in
California può intervenire per evitare la distruzione dell'ultimo
tratto di foresta vergine sopravvissuto in quello stato, o per vietare
la presenza nei propri alimenti di pesticidi cancerogeni; o ancora
se i paesi europei hanno il diritto di esigere che non vi siano
nei cibi che consumano, tracce di organismi derivanti da biotecnologie
rischiose per la salute. Inoltre, una volta che le commissioni segrete
del Wto abbiano emanato i propri editti, non può esservi alcun ricorso
indipendente: la conformità dev'essere totale. Sono quindi in gioco
le vere e proprie basi della democrazia, e quella facoltà di decidere
responsabilmente che è il supporto indispensabile di tutte le battaglie
civili per un'equa distribuzione della ricchezza e per un'adeguata
difesa della salute, della sicurezza e dell'ambiente. L'erosione
della responsabilità democratica, e della sovranità locale e nazionale
che ne è l'espressione, è ormai in atto da diversi decenni. La globalizzazione
del commercio e della finanza è disegnata dalle multinazionali,
che, in assenza di regole universalmente valide, manovrano semplicemente
a partire dalle proprie esigenze. L'istituzione del Wto è un passo
fondamentale per la formalizzazione e il rafforzamento di un sistema
creato espressamente in funzione di questo. Meglio definito come
globalizzazione mondiale dell'economia, questo nuovo modello economico
è caratterizzato dall'apposizione di vincoli sovranazionali alla
facoltà legale e pratica dei singoli stati di subordinare l'attività
commerciale ad altri obiettivi politici. La tattica della globalizzazione
è quella di abolire la responsabilità e il potere decisionale su
questioni così private quali la sicurezza dei cibi, dei farmaci
o dei veicoli a motore, o il modo in cui un paese può usare o preservare
il proprio territorio, la propria acqua, i propri minerali e altre
risorse. Oggi non si può aprire un giornale senza avere davanti
una miriade di esempi dei problemi che emergono dalla concentrazione
del potere: abbassamento del tenore di vita nella maggior parte
dei paesi avanzati e in quelli in via di sviluppo; aumento della
disoccupazione in tutto il mondo; esteso degrado ambientale e carenze
di risorse naturali; scenari politici sempre più caotici; un'impressione
di generale pessimismo che sostituisce l'ottimismo e la speranza
nel futuro. Non c'è bisogno di riunioni cospirative per alimentare
la spinta alla globalizzazione. Gli interessi delle imprese globali
si fondano su una visione comune e distorta: per loro il pianeta
rappresenta innanzitutto un mercato da sfruttare e una fonte di
capitali. I governi, le leggi e la democrazia sono fattori che limitano
lo sfruttamento. Dal loro punto di vista, l'obiettivo è quello di
eliminare le barriere commerciali su scala mondiale. Da ogni altro
punto di vista, tali barriere - e cioè le leggi che sviluppano l'economia
di una nazione, che salvaguardano la salute e la sicurezza dei cittadini,
che garantiscono l'uso sostenibile della terra, delle risorse e
così via - sono un prezioso strumento di difesa dal commercio privo
di regole. Ma per le imprese multinazionali, la diversità, che è
un dono della democrazia e deriva dalla diffusione del potere decisionale,
rappresenta la barriera più grave. In qualche circostanza, i fautori
del programma di globalizzazione economica sono stati franchi in
merito alle proprie intenzioni: "I governi dovrebbero intervenire
il meno possibile nella gestione del commercio", dice il 3 marzo
del 1994 Peter Sutherland, segretario generale del Gatt (General
Agreement on Tariffs and Trade) in un discorso tenuto a New York
per sollecitare gli Usa ad approvare l'istituzione del Wto. A rendere
ancora più allarmanti simili affermazioni è il fatto che quello
che ai giorni nostri va sotto il nome di "commercio" comprende una
fetta enorme delle strutture economiche e politiche di ciascuna
nazione. Il Wto e altri accordi commerciali sono andati ben al di
là del ruolo tradizionalmente loro assegnato, quello cioè di stabilire
le tariffe e le quote, per istituire nuovi e inauditi controlli
a carico dei governi democratici. Abolire le leggi nazionali e le
frontiere economiche per sviluppare la mobilità del capitale e il
"libero mercato" - termine che sarebbe opportuno sostituire con
"mercato delle multinazionali", dato che per gli altri produce restrizioni
invece che libertà - ha fatto la fortuna di imprese come American
Express, Cargill, Union Carbide, Shell, Citicorp, Pfizer e altri
colossi dell'economia globale. Ma l'ipotesi di un commercio globale
senza controllo democratico si prospetta disastrosa per il resto
del mondo, che resterebbe acutamente esposto a un'imprenditorialità
deregolata, accompagnata da un abbassamento delle condizioni di
vita, sanitarie e ambientali. Come avverte l'economista Herman Daly
nel suo "Discorso d'addio alla Banca mondiale" del gennaio 1994,
cercare di abolire la facoltà degli stati nazionali di regolare
il commercio significa: "Ferire mortalmente la principale entità
comunitaria capace di svolgere politiche per il bene comune. […]
Il globalismo cosmopolita indebolisce le frontiere nazionali e il
potere delle comunità nazionali e subnazionali, rafforzando per
contro il potere delle grandi imprese transnazionali". La motivazione
filosofica del programma di globalizzazione pare sia quella che
portare al massimo la liberalizzazione economica globale comporta
di per sé grandi vantaggi sul piano economico e sociale. Tuttavia,
chi crede a questa filosofia, o al fatto che la globalizzazione
delle imprese sia motivata da altro che dalla volontà di massimizzare
i profitti a breve termine, non ha che da analizzare il caso dei
rapporti economici cino-statunitensi. Nel 1994, quando la posta
in gioco sono soltanto i diritti umani, l'amministrazione Clinton
interrompe lo storico legame tra condizioni commerciali di favore
e stato dei diritti umani all'interno di un paese, appoggiando la
conferma della Cina come "nazione più favorita" (Most Favored Nation
- Mfn). Invece, agli inizi del 1995, quando entrano in gioco i diritti
di proprietà, gli affitti di McDonald e le royalties di Topolino
inducono gli Usa a minacciare restrizioni commerciali ai danni della
Cina per un importo complessivo di 1 miliardo di dollari. Tale minaccia
ha l'effetto di produrre cambiamenti nella politica del governo
cinese, finalizzati al rispetto della proprietà dei beni intellettuali.
Analogamente, gli strumenti primari della globalizzazione economica
- il Nafta e il Wto - non puntano a eliminare dal commercio ogni
genere di vincolo; piuttosto, gli accordi promuovono l'abolizione
dei vincoli che proteggono i cittadini, aumentando nel contempo
quelli che proteggono gli interessi delle imprese. La regolamentazione
del commercio al fine di tutelare la salute e l'ambiente o di perseguire
altri scopi sociali è rigidamente condizionata. Per esempio, il
commercio di prodotti ottenuti con il lavoro minorile è legalmente
ammesso dal Wto. Eventuali proposte di migliorare standard obsoleti
o antiquati vengono scoraggiate sul nascere dalla probabilità di
essere ricusate dal Wto, con la conseguenza che si viene a stabilire
una moratoria di fatto sugli sforzi per progredire e per creare
nuovi standard. I diritti del lavoro, che per indicazione parlamentare
dovevano essere inclusi nell'Uruguay Round, ne restano completamente
esclusi in quanto limitazioni inopportune del commercio globale.
Ma la regolamentazione del commercio per proteggere i diritti di
proprietà delle imprese monopolistiche - nonché la proprietà dei
beni intellettuali - viene rafforzata; e viene anche rafforzato
il diritto del capitale a essere investito in qualunque paese e
in qualunque settore economico senza condizionamenti di sorta. Rinunciando
al diritto di condizionare l'investimento in un paese al rispetto
di determinati standard sociali, o l'ingresso di prodotti sul mercato
interno alla conformità con le normative nazionali, gli stati si
privano di qualsiasi strumento di influenza sul comportamento delle
imprese. Le imprese globali statunitensi sanno da tempo come aizzare
gli stati l'uno contro l'altro in una sorta di "spirale verso il
basso" per poter approfittare dei più bassi salari, delle tasse
più clementi e degli standard più permissivi in fatto di inquinamento.
Oggi, per mezzo del Nafta e del Wto, le imprese multinazionali possono
fare questo gioco a livello planetario: in fondo, razionalizzare
i costi sociali e ambientali è l'unico modo per incrementare i profitti
delle imprese. Siamo di fronte a un tragico allettamento, nel quale
i vincenti e i perdenti sono già noti prima ancora che vada a effetto:
i perdenti sono i lavoratori, i consumatori e le comunità di tutto
il mondo, mentre trionfa il grande capitale nella sua corsa verso
i profitti a breve termine. Nel regime imposto dal Wto, lo scivolamento
verso il basso non si verifica solo per le condizioni di vita e
per la tutela della salute e dell'ambiente, ma anche per la stessa
democrazia. L'attuazione di queste cosiddette riforme del libero
mercato, praticamente garantisce che agli sforzi democratici per
far sì che le imprese globali paghino la loro giusta quota di tasse,
assicurino ai dipendenti decorose condizioni di vita, riducano l'inquinamento
dell'aria e dell'acqua, si risponda sempre con il medesimo ritornello:
"Non potete farci carico di questo. Se lo fate non saremo più competitivi,
dovremo chiudere e spostarci in un paese che ci offre condizioni
più ospitali". Questa sorta di ricatto è estremamente efficace.
Comunità già colpite dalla chiusura delle fabbriche e dalla riduzione
della base produttiva faranno il possibile per non perdere altri
posti di lavoro, sapendo fin troppo bene che simili minacce non
di rado si traducono in realtà. Tra gli insegnamenti più chiari
che emergono dall'analisi delle società industrializzate è che la
centralizzazione del commercio è nociva per l'ambiente e per la
democrazia. Nessuno nega l'utilità di un certo scambio internazionale;
ma le società devono concentrare il proprio impegno nello stimolare
la produzione di beni da destinare all'interno della comunità. Molto
spesso le imprese su scala più ridotta si adattano con maggiore
flessibilità alle esigenze locali e a metodi di produzione ecosostenibili.
Inoltre sono più accessibili al controllo democratico, meno esposte
al rischio di trasferimenti, e ritengono che i propri interessi
coincidano con quelli della comunità. Analogamente, conferire potere
alle istanze governative di base significa aumentare il potere dei
cittadini. Concentrare il potere in remoti organismi internazionali,
come fanno i trattati commerciali, significa sottrarre ai cittadini
la facoltà di compiere scelte cruciali per il paese. Al rappresentante
di un organo locale ci si può rivolgere direttamente, mentre il
burocrate del Wto è irraggiungibile e senza volto. Se le scelte
di uno stato o di una comunità possono essere messe a repentaglio
dal fatto che un paese straniero accusi i suoi standard di costituire
un ostacolo allo scambio senza interferenze, se un paese deve pagare
lo scotto delle sanzioni commerciali per mantenere leggi che remoti
tribunali chiusi e autocratici dichiarano essere di intralcio, se
un'impresa sostiene che l'aggravio eventualmente causato dai meccanismi
di tutela dei cittadini la obbligano a chiudere e a trasferirsi
in un altro paese, vuol dire che in tutto il mondo i livelli di
vita e gli standard di giustizia che li sottendono continueranno
a scivolare verso il basso. È questo che accade quando i valori
democratici sono subordinati agli imperativi del commercio internazionale.
In seguito all'istituzione del Wto, il processo di globalizzazione
delle imprese e i suoi effetti si vanno progressivamente accentuando,
accompagnati dal peggioramento o dalla stagnazione delle condizioni
economiche per la maggior parte della gente comune. Negli Usa, se
non tracciamo noi il collegamento tra i problemi locali e la spinta
delle multinazionali alla globalizzazione politica ed economica,
saranno altri a denunciare questi crescenti e inevitabili problemi
attribuendone la responsabilità a fattori diversi. "È colpa degli
immigrati!", "È colpa dello stato assistenziale!", "È colpa degli
operai e dei contadini che chiedono troppo!", "È colpa delle barriere
commerciali!" Permettere che le cause reali di questi sfaccettati
problemi risultino così travisate significa accettare di distogliere
l'attenzione dagli obiettivi reali, creando divisioni tra i cittadini
a vantaggio delle imprese globali. Dunque, quella che ci troviamo
oggi ad affrontare è una vera corsa contro il empo: finché esistono
ancora le istituzioni e gli istinti democratici, riusciranno i cittadini,
per quanto minacciati, a invertire la tendenza alla globalizzazione?
Il livello di repressione e di inganno necessario per portare avanti
il programma di globalizzazione sarà difficile da mantenere in presenza
di un'energica vigilanza democratica. Tuttavia, la possibilità di
revocare realmente il Nafta, il Wto e la spinta alla globalizzazione
avrà come condizione necessaria la rivitalizzazione della democrazia
di base nel nostro e negli altri paesi.
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