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I FRUTTI AMARI DEL CONFLITTO
UMANITARIO
La pace non ferma il massacro
Più sangue nel dopoguerra che nel periodo prebellico
di
Giuseppe Zaccaria
C’E’ un piccolo dato che forse merita considerazione anche se appare quasi
come uno scherzo della storia, che per una volta con l’arido linguaggio
delle statistiche sembra voler soverchiare trombe e tromboni delle propagande.
Dunque, la tragica notizia è questa: in Kosovo i «morti di pace» hanno
superato i «morti di guerra», o meglio coloro in nome dei quali la guerra
venne proclamata «a scopi umanitari».
Si tratta di un dato sconvolgente ma incontestabile, a qualsiasi fonte
ci si rivolga. Le ultime stime provengono dal ministero degli interni
serbo, che da quando si è trasformato in «democratico» (almeno secondo
i parametri occidentali) stila periodicamente rapporti contenenti numero,
identità delle vittime e circostanze delle uccisioni.
Alla vigilia del 24 marzo ’99, quando il presunto massacro di Racak stava
per trasformarsi in definitivo pretesto per i «bombardamenti umanitari»,
un anno e mezzo di guerriglia degli albanesi contro i serbi aveva provocato
1007 morti. Anche quelle furono cifre consegnate alla storia, accettate
da ogni sorta di fonte (compresa l’Osce). Ma non impedirono che la tragedia
avesse luogo.
Qui si parla di Kosovo e di persone ammazzate: non dunque di punti di
vista nè di ricostruzioni storiche più o meno parziali. In questo momento
considerare ciò che accadeva in quei luoghi come guerriglia, pulizia etnica,
provocazione pagata dagli americani (è la tesi di Milosevic) o scontro
finale fra civiltà in guerra da secoli avrebbe poco senso. Piuttosto,
i numeri dimostrano come sia giunto il momento di ricondurre il discorso
alla semplicità dei bilanci ed al linguaggio delle cifre.
Allora: fino al marzo del ’99 un anno e mezzo di scontro armato aveva
provocato 1007 morti (il 58 per cento dei quali di etnìa serba, sostengono
fonti di Belgrado). Quanti sono stati i morti della guerra? E quanti quelli
della fase successiva, l’era della «ricostruzione»?.
Quanto alla prima domanda, l’unico riferimento possibile ancora risiede
in una stima del Tribunale internazionale per i crimini di guerra basato
all’Aja, che nel marzo dello scorso anno valutò le vittime kosovare della
guerra in Kosovo in 10-11 mila.
Questa dichiarazione non ha mai trovato supporto, anche perchè seguita
da una affermazione («gente interrata in 550 fosse comuni...») mai confermata
dal mancato ritrovamento delle fosse.
Se però si considerassero fondate simili stime, la «guerra umanitaria»
avrebbe provocato direttamente o no - cioè non solo a causa dell’intervento
Nato, ma soprattutto per via delle reazioni serbe - un numero di morti
dieci, undici volte superiore a quello che avrebbe dovuto giustificare
i «bombardamenti umanitari».
Ma lasciamo da parte il passato. Facciamo pure finta che una realtà come
quella del Kosovo possa essere cancellata con un colpo di spugna ed affrontata
partendo dall’oggi, dalla massiccia presenza dei soldati dell’Alleanza,
dalla volontà di riedificare un Paese che le leggi internazionali assegnano
alla sovranità jugoslava ed i leaders locali vivono come nazione albanese.
Nel Kosovo «pacificato», con questo attentato i morti superano quelli
provocati dall’intera «pulizia etnica» d’anteguerra. Le ultime cifre già
parlavano di 1055 assassinati e di 1022 feriti, ma tra fonti serbe ed
ufficiali della Nato c’era discordanza su una quarantina di casi che i
serbi consideravano «assassinii» e gli atlantici semplici «sparizioni».
Con quest’ultimo «score» si dovrebbe essere giunti a qualche accordo almeno
sul numero delle crocette da apporre sugli elenchi. La stupefacente notizia
d’oggi sta nel fatto che la pace fa più morti della guerra: meglio, che
il Dopoguerra risulta molto più cruento del Pre. Anche senza voler considerare
quel che è successo nel mezzo.
Forse mai una pace così costosa in termini di vite e d’interventi militari
aveva condotto ad un risultato talmente grottesco, soprattutto se commisurato
all’intensità, al volume ed al costo degli interventi di «pacificazione».
Una stima ancora molto azzardata valuta il costo complessivo delle «campagna
del Kosovo» in 350 milioni di dollari. Parlavamo di stime poichè in un
caso come questo è quasi impossibile mettersi d’accordo sui parametri.
Vanno considerate come «spese» i costi delle bombe sganciate e del carburante
dei «jet»? Devono essere ascritti o meno alla voce «perdite» gli enormi
danni inflitti all’economia ed all’ambiente in Jugoslavia? In quale voce
di bilancio, e nei bilanci di quali Stati vanno inseriti i costi di mantenimento
degli oltre 15 mila soldati dell’Alleanza, destinati a sorvegliare la
mattanza ancora non si sa per quanto?
Sui successi politici della missione si potrebbe disquisire a lungo, anche
se pochi davvero ritengono che due anni di amministrazione militare abbiano
migliorato la situazione. Sulle condizioni economiche della regione non
esiste neanche spazio per un dibattito: come in Bosnia non è stata riavviata
una sola, seria attività produttiva, se si escludono poche iniziative-pilota
utili soprattutto come esempi di facciata.
Al contrario, tutte le attività collegate ai traffici di droga, di armi
e di corpi umani stanno vivendo una fioritura fino a tre anni fa sconosciuta
a tutte le polizia europee. Erano questi gli obiettivi della «guerra umanitaria?».
Il dibattito è aperto.
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